Amanita muscaria
ovolo malefico, amanita muscaria
Fotografie da iNaturalist
Osservazioni della comunità: nella fonte trovi identificazioni, autori e licenze.
Guarda su iNaturalist · Segnala un’osservazione
Foto 1 — © Johan Adler · CC BY
Foto 2 — © relew · CC BY
Foto 3 — © Jarro Nevsbaru · CC BY
Foto 4 — © wild_wind · CC BY
Foto 5 — © Marc Hermann · CC BY
Foto 6 — © Alissa Iverson · CC BY
Index Fungorum: ricerca del nome · Amanita muscaria
Nicolò Oppicelli, Funghi in Italia, terza edizione, marzo 2026, pagina 262.
Amanita muscaria (L.) Lam.
Commestibilità
tossico; causa sindrome panterinica a breve latenza (per i dettagli , vedi sezione tossicologia).
Etimologia
dal latino “muscarius”, attinente alle mosche; poiché utilizzata in passato come sostanza moschicida.
Cappello
4-25 cm; carnoso, da emisferico a piano-depresso; cuticola abbastanza vischiosa con tempo umido, di colore rosso vermiglio o rosso aranciato, ornata da numerose verruche piramidali biancastre disposte in maniera concentrica, residui del velo generale, abbastanza resistenti ma detersili, cioè a volte del tutto dissolte.
Imenoforo
formato da lamelle libere al gambo, molto fitte, sottili ed intercalate da lamellule; ventricose, di colore biancastro. Sporata biancastra; spore non amiloidi.
Gambo
6-20 x 1-3,5 cm; cilindrico, slanciato e leggermente ingrossato alla base dove termina con un bulbo ornato da resti del velo generale (volva dissociata) disposti in cerchi concentrici di piccole verruche bianche; inizialmente è pieno, poi diventa farcito o cavo; Biancastro; è ornato da un anello ampio e membranoso, striato, bianco con resti fioccosi del velo generale al margine. Volva bianca, fragile, dissociata in verruche concentriche.
Carne
tenera nel cappello, fibrosa nel gambo; di colore bianco con rare sfumature giallastre; immutabile, senza odori rilevanti; sapore dolce.
Ecologia
simbionte, pressoché ubiquitario, da livello del mare sino a 2.800 metri di quota; fruttifica da maggio a dicembre inoltrato; sia sotto latifoglie, sia sotto conifere o anche in simbiosi con arbusti della microselva alpina o della macchia mediterranea.
Note e confronti
Deve il suo epiteto specifico al fatto che nel 1500, fra i frati monaci, era uso sfruttarla per le sue proprietà moschicide: bastava pestarne un esemplare in latte e acqua zuccherata per creare una trappola fatale a questi insetti che ne restavano avvelenati. Fruttifica nel medesimo periodo ed ambiente dei porcini, ed ha acquisito nel tempo la fama di fungo “spia”. Viene incautamente utilizzata come allucinogeno (con risultati sovente spiacevoli): nelle sue carni (così come in Amanita pantherina) sono contenuti acido ibotenico, muscimolo e muscazone, tossine agenti sul sistema nervoso centrale, in grado di causare sintomi allucinogeno-euforici. Sussistono numerose testimonianze storiche relative alle sue proprietà psicotrope, note sin dai tempi antichi (alcune pitture rupestri risalgono persino all’era del Paleolitico, 9000-7000 a.C.) che venivano sfruttate per propiziare riti magici o religiosi in diverse parti del mondo. Sino a non molto tempo fa, era (sprovveduta!) consuetudine consumarla conservata sotto sale; attraverso marinatura; o privata dalla cuticola e bollita in acqua o latte. Dette preparazioni risultano ancora oggi in uso in alcune regioni della Siberia e dell’America Centrale. È bene ricordare che si tratta di specie tossica, in grado di causare sintomatologie anche gravi. Il pericolo può nascere dalla confusione con A. caesarea, ovolo buono, dalla quale si distingue per l’assenza di toni giallo uovo costanti e vividi su gambo, lamelle e anello.
Come leggere questa scheda
Le indicazioni di commestibilità sono quelle riportate nel volume e riguardano la specie descritta. Per valutare i funghi effettivamente raccolti è necessario il controllo di un ispettorato micologico. I riferimenti al sapore non invitano all’assaggio; i rimandi a immagini o capitoli si riferiscono al libro.



